Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/141

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78 ODISSEA

anzi l’Oceano sempre di Zefiro gli aliti adduce,
che veemente spira, che reca frescura alle genti;
ché genero di Giove te stimano, o d’Elena sposo».
     Detto cosi, tra i flutti del mare s’immerse. Ed io mossi
verro le navi, insieme con gli altri miei prodi compagni;
e il cuor, mentr’io movevo, m‘ andava a tumulto nel seno.
Ora. poiché dal mare fui giunto alla spiaggia, e alle navi,
apparecchiammo la cena. Poi scese la rorida notte,
e ci ponemmo a giacere vicino ai frangenti del mare.
Come l’Aurora appari mattiniera, che dita ha di rosa,
prima di tutto spingemmo le navi nel mare divino,
gli alberi vi piantammo, sugli alberi aprimmo le vele.
Quindi, saliti sul legno, dinanzi agli scalmi, i compagni
seduti in fila, il mare canuto battevan coi remi.
Cosínel fiume Egitto caduto dal cielo, di nuovo
spinsi le navi, e offersi perfetta ecatombe ai Celesti.
E poi, placata l’ira dei Numi che vivono eterni,
ad Agamènnone un tumulo alzai, che mai spenta non fosse
la gloria sua. Fatto ciò, m’avviai per tornare; e i Celesti
presto, mandata una barca, tornare mi fecero in patria. —
Ma ora, in casa mia, su dunque, Telémaco, resta,
sino che giunga I’undecimo giorno, il duodecimo giorno.
Allora avrai da me ccngedo e bellissimi doni:
tre corsieri, ed un cocchio brunito, ed un calice bello
v’aggiungerò: si che tu ai Numi che vivono eterni
possa libare, possa di me ricordarti ogni giorno».
     E a lui rispose il saggio Telemaco queste parole:
«Qui trattenermi piú a lungo, figliuolo d’Atrèo, non ti piaccia.
Anche per tutto un anno restar presso te gradirei,
senza che mi prendesse la voglia de’ miei genitori,