Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/140

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CANTO IV 77

né vivo alcun rimase di quei che seguiron l’Atride,
né dei compagni d’Egisto; ma tutti perir nella reggia».
     Ciò disse; ed io sentii spezzarmisi il cuore nel petto;
e su la spiaggia prostrato, piangevo, né brama piú avevo
né di vivere, né di vedere la luce del sole:
ma poiché infine di piangere, di voltolarmi fui sazio,
mi favellò cosí l’infallibile vecchio del mare:
«Figlio d’Atreo, cosí a lungo non piangere tanto dirotto,
ché verun esito darci non posson le lagrime. Invece
cerca al piú presto come tu possa tornare alla patria.
Forse trovare Egisto potresti ancor vivo; o se Oreste
t’ha prevenuto, e l’ha ucciso, trovarti potresti all’esequie».
     Cosí mi disse. E allora, per quanto crucciato io mi fossi,
entro il mio cuore e l’impavido spirito un fomite corse,
e gli risposi, e queste veloci parole gli volsi:
«Ora di questi ho saputo. Ma parlami adesso del terzo,
che vive ancor, prigione fra i gorghi del mare infinito».
     Cosí gli dissi; ed egli rispose con queste parole:
«D’Ulis»e tu vuoi dire, che in Itaca aveva dimora:
lo vidi che di pianto bagnava in un’isola il ciglio,
nell’antro della Ninfa Calipso, che a forza lo tiene,
cosi ch’egli non può tornare alla terra nativa,
poi che non ha compagni, né legni dagli agili remi,
che trasportar sul dorso lo possan dal mare infinito.
Per te, poi, Menelao, nutrito di Giove, destino
non è morire in Argo, compir qui la sorte mortale;
ma te nei campi elisi, del mondo agli estremi confini,
i Numi condurranno, dov’è Radamanto crin biondo,
dove senza molestia per gli uomini scorre la vita,
dove non cade neve né pioggia né fiera procella,