Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/146

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CANTO IV 83

piú di restar nel suo seggio, benché tanta gente vi fosse:
prostrata si gittò su la soglia del talamo bello,
con pietosi lamenti; e tutte gemeron le ancelle,
a lei d’attorno, quante ce n’erano, e giovani e vecchie.
E tra le lagrime fitte cosí Penelope disse:
     «Datemi ascolto, o care. Cordogli a me diede l’Olimpio
come a niun’altra di quante son nate e cresciute ai miei giorni.
Prima lo sposo perdei gagliardo, dal cuor di leone,
celebre fra gli Argivi per ogni virtú: valoroso
tanto, che largo spazia per l’Eliade e in Argo sua fama.
Ora il diletto figlio travolto me l’han le procelle,
lungi alla patria, oscuro; né io la partenza conobbi.
E neppure una di voi, sciagurate, ebbe questo pensiero,
di ridestarmi dal sonno, ché tutto voi ben sapevate,
quand’egli s’avviò per ascendere il negro naviglio.
Deh!, pur saputo avessi quand’ei s’accingeva al viaggio!
O tralasciato l’avrebbe, per quanto ne fosse bramoso,
oppur qui nella reggia lasciata m’avrebbe defunta.
Adesso il vecchio Dolio qualcuno mi chiami qui presto,
il servo mio, che quando qui venni mi diede mio padre,
e custodisce il mio brolo fiorito: ché presso a Laerte,
come può prima si rechi, che quanto è seguito gli esponga,
s’egli, per caso, pensando, riesca a trovare un rimedio,
e, dai suoi campi uscito, si lagni, e distolga le genti
che voglion morto il suo rampollo e d’Ulisse divino».
     Ed Euriclèa, la fida nutrice, cosí le rispose:
«Figlia mia cara, qui dammi la morte col bronzo spietato,
o qui lasciami in vita; ma il vero celarti non voglio.
Tutto io sapevo; e apprestai quanto egli mi chiese: farina
e vin pretto soave. Ma volle il mio giuro solenne