Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/147

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84 ODISSEA

che nulla io t’avrei detto, se prima non fossero scorsi
dodici giorni, o se tu, saputo ch’egli era lontano,
non mi chiedessi; perché non voleva che il pianto struggesse
il tuo bel volto. Ma via, mondate nell’acqua le membra,
candide vesti indossate, insiem con le ancelle or ti reca
nelle piú alte stanze, e leva la prece ad Atena
figlia di Giove, che forse potrà da la morte salvarlo;
e non affliggere il vecchio, già troppo crucciato. Non credo
che tanto odino i Numi la stirpe del figlio d’Arcisio;
ma sopravviverà di certo qualcuno, che regga
e le superbe case e i pingui poderi lontani».
     Cosí disse; e il suo lagno lení, frenó gli occhi dal pianto.
Poscia, deterse le membra, le candide vesti indossate,
nelle piú alte stanze salí con le ancelle. E cosparso
orzo dentro il cestello, levò questa prece ad Atena:
«O de l’Egíoco Giove figliuola invincibile, ascolta;
se ne la reggia mai l’accorto pensiero d’Ulisse
le pingui cosce t’arse di pecora o bove su l’are,
di ciò memore, adesso tu salva il mio figlio diletto,
ed i malvagi Proci superbi allontana e disperdi».
     Disse, e levò lunghi gemiti; e udí le sue preci la Diva.
Ma per le ombrate stanze schiamazzo facevano i Proci;
e favellava cosí taluno di quei tracotanti:
«Ehi!, la regina da tanto bramata, il banchetto di nozze
per noi prepara; e non sa quale morte al suo figlio s’appresta!»
     Cosí dicea taluno: ché nulla sapean degli eventi.
Ed Antinoo fra loro prendeva a parlare, e diceva:
«O sciagurati, schivate codesti discorsi, imprudenti
l’uno piú dell’altro, ché alcuno non vada a ridirli