Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/148

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CANTO IV 85

alla regina! Su via, sorgiamo in silenzio, e il disegno,
quale è piaciuto, a giudizio di tutti, si rechi ad effetto».
     E cosí detto, venti compagni trascelse, i migliori,
e mossero alla spiaggia del mare, e alla rapida nave.
Quivi sospinsero prima la nave nei gorghi del mare,
l’albero vi rizzaron, su l’albero steser le vele,
i remi entro gli anelli di cuoio infilarono; e tutto
in bell’ordine posto, dischiuser le candide vele.
L’armi i valletti poi consegnarono ad essi; nel porto
spinser la nave. Si alzò la prora. Sbarcarono allora,
e su la spiaggia cenarono, atteser che vespro giungesse.
     Ma su ne l’alte stanze, la saggia Penelope, intanto
digiuna stava, senza né cibo toccar, né bevanda,
e si struggeva, se il figlio sarebbe sfuggito alla morte,
o se cader dovesse per mano dei Proci arroganti.
Quanti disegni volge leone atterrito, se intorno
di cacciatori una schiera lo stringe, gli tende l’insidia,
tanti volgeva pensieri Penelope. E il sonno la colse.
E con le membra disciolte, reclina nel sonno giaceva.
Or quivi Atena, azzurra pupilla, ebbe un altro pensiero.
Foggiò ne l’aria, forma di donna gli diede, jn fantasma
simile a Iflime, la figlia d’Icario magnanimo cuore,
ch’era ad Eumèlo sposa, signor de la reggia di Fere.
Questi mandata alle case l’aveva d’Ulisse divino,
perché sviar potesse Penelope sempre gemente
e sempre lagrimosa, dai gemiti gonfi di pianto.
Dal chiavistello, presso la cinghia, nel talamo entrata,
sopra il suo capo volò, queste alate parole le disse;
«Anche nel sonno, hai colmo di cruccio, Penelope, il cuoreI
Pure, non vogliono i Numi, cui lene trascorre la vita,