Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/154

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CANTO V 91




Già dai suoi talami Aurora, di presso ai mirabil Tifone
s’era levata, e la luce recava ai Celesti e ai mortali.
Stavano i Numi a seduta raccolti, e fra loro anche Giove,
che rumoreggia dal cielo, che supera tutti in potere.
     Or prese Atèna a narrare le mille sciagure d’Ulisse;
ché de la Ninfa saperlo negli antri, le dava corruccio;
«Deh, Giove padre, deh, voi, sempiterni beati Celesti,
mai piú benevolo, mite mai piú non voglia essere alcuno
degli scettrati sovrani, non abbia piú cura del giusto,
ma sempre duro si mostri, ma d’opere inique si macchi;
poi che memoria d’Ulisse divino nessuno piú serba
fra le sue genti, che sire lo avevan piú mite d’un padre.
Ma sotto il peso di doglie profonde, in un’isola ei giace,
negli antri della Ninfa Calipso, che a forza lo tiene.
Né modo v’è ch’ei possa tornare alla patria sua terra,
poi che non ha battelli forniti di remi, e compagni
che sopra il dorso immenso lo possano addurre del mare.
Ora poi, vanno tramando la morte al suo figlio diletto.