Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/155

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92 ODISSEA

come ritorni alla patria: ché a chieder novelle del padre
ei s’è recato a Sparta divina e alla fulgida Pilo».
     E le rispose Giove, che suscita i nembi, le disse:
«O figlia mia, qual parola t’usci dalla chiostra dei denti?
Forse che questo disegno non l’hai concepito tu stessa,
perché, tornando, Ulisse vendetta traesse dei Proci?
Or tu provvedi, ché bene puoi farlo, a Telemaco, in modo
ch’ei sano e salvo possa tornare alla patria sua terra,
e nella nave loro ritornino i Proci delusi».
     Poi la parola a Ermete suo figlio rivolse, e gli disse:
«Tu che l’araldo, o Ermete, sei pure d’ogni altro mio detto,
reca alla Ninfa ricciuta novella di quanto ho deciso,
e vo’ che certo avvenga: che Ulisse tenace ritorni,
alla sua patria, senza che Nume lo guidi o mortale;
ma solo, sopra una zattera, di molti travagli gravato,
dopo il ventesimo giorno, pervenga a la fertile Scheria,
ove i Feaci han dimora, congiunti di stirpe ai Celesti,
che di gran cuore, d’onori colmandolo al pari d’un Nume,
sopra un naviglio alla patria sua terra l’accompagneranno,
oro in gran copia, con bronzo, con vesti donandogli, quante
mai non ne avrebbe Ulisse tenace recate da Troia,
qualor con la sua preda tornato egli incolume fosse.
Poi ch’è destino che ancora gli amici ei rivegga, che giunga
alle sue case dall’alto fastigio, alla patria sua terra».
     Disse cosí: né tardò l’Argicida che l’anime guida:
súbito sotto le piante si strinse i leggiadri calzari
d’oro, immortali, che via Io rapivan su l’umido gorgo,
via per l’intermine terra insieme coi soffi del vento;
anche la verga prese, onde gli occhi degli uomini sfiora,