Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/156

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CANTO V 93

questi se vuol sopirli, se dormono quelli, a destarli:
quella stringendo in pugno, volava il gagliardo Argicida.
Su la Pièride giunto, piombò giú dall’etra nel ponto,
sopra le creste dei flutti lanciandosi, pari al gabbiano
che dietro i pesci, per gli orridi gorghi del mare infiniti
s’avventa, e immerge ne la salsedine l’ali sue folte:
simile a quello, correva sui vortici innumeri Ermete.
Ma quando all’isola giunto fu poi, che remota sorgeva,
dal violaceo ponto balzò, mosse verso la costa,
sin che pervenne alla grande spelonca, dimora alla Ninfa
ricciola bella. Ed appunto quivi era, allorché giunse Ermete.
     Sul focolare un gran fuoco brillava, e per l’isola tutta
si diffondeva l’odore del cedro che ardeva, e del dolce
larice; e dentro, la Diva, cantando con voce soave,
scorrea tutto il telaio con l’aurea spola, e tesseva.
Una foresta folta cresceva d’intorno allo speco,
tutta in rigoglio: il pioppo, l’ontano il fragrante cipresso:
quivi facevano il nido gli uccelli dall’ala veloce,
gufi, e sparvieri, e cornacchie ciarliere che vivon sul mare.
Ed una vite domestica intorno alla cava spelonca,
tutta di grappoli colma, girava la pompa dei tralci.
Quattro fontane in fila, volgevan chiare acque, sgorganti
l’una vicina all’altra, poi volte per quattro cammini.
E molli prati d’intorno fiorian petrosello e viole.
Anche un Celeste, che quivi giungesse, dovrebbe a tal vista
meravigliato ristare, dovrebbe gioir nel suo cuore.
E qui stette e ammirò l’Argicida che l’anime guida.
Poi, dopo ch’ebbe a sua posta mirate le tante bellezze,
entro la grotta capace, diritto si mise; né tarda
a riconoscerlo fu la celeste regina Calipso: