Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/157

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94 ODISSEA

poi che non sono ignoti gli Dei sempiterni uno all’altro,
neppur quando l’un d’essi dimora in contrade lontane,
i Ma non rinvenne dentro lo speco il magnanimo Ulisse,
che, come sempre soleva, giaceva sovressa la spiaggia,
pianto versando, gemendo, di crucci rodendosi il cuore.
     Dunque, la diva Calipso, nel fulgido trono lucente
fatto sedere Ermete, gli volse cosí la parola:
«Per che ragione, Ermete dall’aurea verga, qui giungi,
caro e onorato amico? Non usi venir di frequente.
Parla, di’ quello che pensi: ché brama ho di farti contento,
se pure io posso, se pure possibile è ciò che tu chiedi».
     Detto cosí, la divina dinanzi gli pose una mensa,
la riempi d’ambrosia, mescè rosso nettare al Nume.
E cosí bevve e mangiò l’Argicida che l’anime guida.
Ora, poi ch’ebbe mangiato, fu sazio di cibo a sua posta,
schiuse a rispondere il labbro, parlò queste alate parole:
«Una domanda hai rivolto, tu Diva a me Dio che qui giungo;
e senza frode ti devo risponder, se tu lo comandi.
Giove m’impose che qui venissi, e fu contro mia voglia:
chi per suo gusto, infatti, vorrebbe l’immane distesa
d’acqua salata solcare, né presso è città di mortali
soliti offrire ai Celesti le offerte e le sacre ecatombe?
Ma lecito non è che un altro dei Numi contrasti
la volontà dell’Egioco Giove, né vana la renda.
Dicon che un uomo, l’uomo piú gramo fra quanti guerrieri
sotto alla rocca di Priamo pugnarono, viva a te presso.
Ora t’impone Giove che via lo rimandi al piú presto,
poi che non è suo destino morire lontan dagli amici,
ma vuole il fato che ancora gli amici rivegga, che giunga
alla sua casa dall’alto fastigio, alla patria sua terra».