Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/167

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104 ODISSEA

     Ora due notti e due giorni vagò tra le masse dei flutti,
e ben sovente dinanzi si vide l’estrema rovina.
Ma quando Aurora dai riccioli belli, recò la terza alba,
ecco d’un tratto cessò la bora, e tornò la bonaccia
senza piò alito. E Ulisse, dall’alto d’un grande maroso,
vide, aguzzando le ciglia, ormai già vicina la terra.
Game gioiscono i figli vedendo risorgere il padre
che patimenti crudeli soffriva giacendo nel morbo,
con struggimento lungo, premendolo un dèmone infesto,
e poi dal male i Numi lo affrancano e gaudio è vederlo:
cosi gradita apparve la terra ed il bosco ad Ulisse.
Ed il desio di calcare coi piedi la terra, affrettava
le braccia al nuoto; ma quando poi giunse a portata di voce,
anche il frastuono gli giunse del mare sovressi gli scogli.
Rumoreggiavano i flutti con alto rimbombo alla terra,
con orrido ruggito, di schiuma coprivano tutto:
poi che non v’erano porti che navi accogliessero o rade,
ma sopra Tonde sporgenti scogliere, ma sassi e dirupi.
Cuore e ginocchia ad Ulisse mancaron, com’egli ciò vide:
e favellò cosi, nel suo cruccio, al magnanimo cuore:
«Ahi!, poi che Giove mi diede che contro ogni speme vedessi
la terra, e a nuoto questa voragine immane ho varcata,
niuna porta qui scorgo, che m’apra un’uscita dal mare:
a me dinanzi acuti dirupi si levano, e intorno
mugge dei flutti lo strepito, e liscia s’allunga la ripa,
ed è profondo il mare; e modo non v’è che su i piedi
possa poggiarmi alla fine, sfuggire alla morte. Se pure,
mentre io m’affanno all’approdo, non giunga e m’afferri un
gran flutto,
che contro un orrido scoglio mi lanci, e il mio sforzo deluda.