Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/168

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CANTO V 105

Ché, se proseguo a nuotare lunghessa la costa, se a caso
spiagge declivi nell’onde rinvenga o tranquilli rifugi,
temo che ancora una volta m’afferri, e lontano mi sbalzi
qualche procella, ad empire di gemiti il mare pescoso,
o che su me dagli anfratti del mar qualche dèmone avventi
uno degli orridi mostri cui nutre la diva Anfilrite:
poi che so bene quale odio Posidone grande mi porta».
     Or, mentre questi pensieri volgeva ne l’alma e nel cuore,
ecco un immane flutto lo sbattè su gli aspri frangenti.
Qui si sarebbe squarciata la pelle, spezzate qui Tossa,
se non l’avesse ispirato la Diva occhicerula Atèna.
Ei si lanciò con entrambe le mani, s’avvinse allo scoglio,
quivi si tenne gemendo, sin che fu passato il gran flutto.
Cosípotè schivarlo; ma poi, nel reflusso, di nuovo
sopra gli fu, lo sbattè, lo scagliò lontano nel mare.
Come allorché si strappa un polpo dal suo nascondiglio,
che nei tentacoli restano molte pietruzze appiccate;
cosí sopra le rocce restarono brani sdruciti
delle gagliarde sue mani; e un alto maroso il coperse.
Quivi, pur contro il destino, già spento era il misero Ulisse,
se non gli avesse infuso prontezza la Diva occhiazzurra.
Via dal maroso emerso, che ruggia correndo alla riva,
egli nuotò costeggiando, guardando alla terra, se in caso
spiagge declivi nell’onde vedesse o rifugi securi.
E quando poi d’un fiume dal rapido corso alla foce
giunse nuotando, ove il luogo gli parve piú acconcio all’approdo,
scevro di vortici, e intorno sorgevan ripari dal vento,
visto lo sbocco del fiume, tal prece nel cuore gli volse:
«Odimi, o Sire, comunque ti chiami! Con molte preghiere
io mi rivolgo a te. Di Posidone fuggo gli oltraggi,