Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/181

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118 ODISSEA

Non c’è, né sarà mai nel mondo quel tristo mortale
che della gente feacia pervenga alla terra, e minacci
l’impeto ostile: ché troppo siam cari ai Beati Celesti,
ed abitiamd lontani da tutto, ai confini del mondo,
tra l’estuare infinito dei (lutti; e nessuno ci cerca.
Ma questo misero è giunto qui naufrago errante; e dobbiamo
prenderne cura adesso; perché forestieri e mendichi
tutti li manda Giove: ché poi si contentan di poco.
Presto, fanciulle, dunque, recategli cibo e bevande,
fategli un bagno sul greto del fiume, al riparo dei venti».
     Disse: e ristettero quelle, chiamandosi l’una con l’altra.
E su la riva, al riparo del vento, condussero Ulisse,
come diceva la figlia d’Alcinoo magnanimo cuore.
Presso una tunica e un manto gli poser, da farlo vestire,
e in un ampolla d’oro soave licore d’ulivo;
poi di bagnarsi gli disser ne Tacque correnti del fiume.
Ed il divino Ulisse cosí favellava alle ancelle:
«Fatevi un po’ da parte, fanciulle, che io da le spalle
tergermi possa via la salsedine, ed ungermi d’olio
tutte le membra: da tempo non godo di tale ristoro.
Ma non mi laverò certo dinanzi a voi: mi vergogno
di rimanere ignudo dinanzi a ricciute fanciulle».
     Disse; e ritrattesi quelle, narrarono tutto a Nausica.
Lavava intanto Ulisse divino nel fiume il salmastro
che gl’incrostava tutte le valide spalle ed il dorso,
e dai capelli asterse le gromme del sale marino.
Poi, quando tutto fu lavato, fu d’olio cosperso,
si ricopri con le vesti che date Nausica gli aveva;
e la divina Atena, la figlia di Giove, Io rese
piú maestoso d’aspetto, piú alto; e dal capo gli fece