Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/182

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CANTO XII 119

piovere a boccoli, e simili al fior del giacinto le chiome.
Come in argento l’oro agèmina artefice sperto,
cui svelarono Atena, la diva Palladia, ed Efesto,
tutti i segreti dell’arte, si ch’egli belle opere compie:
eosi la Diva infuse bellezza sugli omeri e il capo
d’Ulisse. Egli in disparte sedè su la spiaggia del mare,
tutto di grazia e bellezza fulgente. E Nausica mirava;
e questi detti infine rivolse a le ancelle ricciute:
«Datemi retta a quello che dico, fanciulle mie belle:
non senza volontà dei Numi signori d’Olimpo
giunto è quest’uom tra i Feaci, compagni diletti dei Numi:
ché poco fa sembrava meschino, dappoco; e somiglia
ora ai Celesti, ch’àn sede nei sommi fastigi del cielo.
Deh!, se la sorte a me serbasse pur simile sposo I
Deh!, se volesse qui rimanere, ed avervi dimora!
Ma dunque, via, fanciulle, porgetegli cibo e bevande».
     Cosí diceva. E quelle non furono sorde né pigre.
Posero accanto a Ulisse divino vivande, bevande;
e mangiò quivi Ulisse, progenie di Superi, e bevve
avidamente; ché privo da tanto era stato di cibo.
Provvide intanto ad altro Nausica dal candido braccio.
Tutte piegò le vesti, le pose sul lucido carro,
poscia aggiogò le mule dai zoccoli solidi, ascese,
e la parola ad Ulisse rivolta, cosí gli diceva:
«Ospite, lèvati adesso, moviamo; ch’io possa guidarti
alla città, del padre mio savio alla casa; qui, credo,
potrai conoscer quanti primeggian su tutti i Feaci.
Ma fa’ cosi: ché mi sembra che tu non sia privo di senno,
Sin che ci troveremo fra prati, fra campi e poderi.