Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/184

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CANTO XII 121

súbito aver da mio padre la scorta del dolce ritorno.
Lungo il sentiero vedrai bellissimo un bosco di pioppi
sacro ad Atena: un prato lo cinge, vi sgorga una fonte.
Quivi è un podere, un fiorente verzier di mio padre: lontano
dalla città, quanto giunge la voce d’un uomo che gridi.
Férmati, e aspetta qui per un pezzo, sin ch’io non sia giunta
alla città, sinché siam tornate a casa del babbo.
Quando potrai supporre che abbiamo raggiunta la casa,
nella città dei Feaci tu pure entra allora; e dimanda
la casa di mio padre, d’Alcinoo magnanimo cuore.
Facile cosa è distinguerla: un bimbo che ancor non parlasse
ti ci potrebbe guidare; perché non son già costruite
come quella d’Alcinoo, le case degli altri Feaci.
Poi, quando accolto t’avrà la corte dell’alto palagio,
entra diritto nella gran sala: ché li troverai
al focolare seduta mia madre, e la fiamma l’irraggia:
lane purpuree fila, poggiata ad un’alta colonna,
ch’è uno stupore vederla: le seggono a tergo le ancelle.
Quivi, d’Alcinoo il trono, vicino al suo trono, vedrai,
dove mio padre siede, che liba, che sembra un Iddio.
Ma non badare a lui; tu pròstrati e abbraccia i ginocchi
di mia madre, se il giorno pur brami veder del ritorno,
ed allegrartene presto, sebben la tua terra è lontana».
     Detto cosí, batté con la lucida sferza le mule
che con subito stacco lasciaron la riva del fiume.
Ora trottavano, ed ora movevano al passo. E Nausica,
ora tendeva le briglie, che a piedi le ancelle ed Ulisse
pur la seguissero, ed ora vibrava anche un poco la sferza.
Mentre calava il sole, pervennero al florido bosco
sacro ad Atena; e Ulisse tenace divino qui stette,