Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/191

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128 ODISSEA

su l’infecondo mare, lasciando l’amabile Scheria,
e giunse a Maratona, ne l’ampie contrade d’Atene,
e d’Eretteo s’addentrò nella casa. Ed Ulisse moveva
verso la casa d’Alcinoo famosa. Ma pria di varcare
la bronzea soglia, stette: ché il cuore gli andava estuando.
Ché s’effondeva come di sole e di luna un bagliore
giú della bella casa d’Alcinoo da l’alto fastigio:
ché dalla soglia al fondo correan due pareti di bronzo,
d’ambe le parti, e un fregio sovra esse di smalto azzurrino.
Due porte d’oro, dentro chiudevan la solida casa,
e stipiti d’argento calcavan la soglia di bronzo;
ed era l’architrave d’argento, l’anello era d’oro.
E dai due lati v’eran due cani, uno d’oro, un d’argento,
che avea costrutti Efesto, con quanta perizia ei possiede,
per custodire la casa d’Alcinoo magnanimo cuore:
ed immortali sono, ché mai non li coglie vecchiezza.
E troni eran poggiati di qua di là, tutto d’intorno
alle pareti, via via, dalla soglia al recesso; e tappeti
sottili, opre di femmine industri su v’eran gittati.
Sedere sopra questi soleano i signori Feaci
a bere ed a mangiare; ché avevano grande abbondanza.
E sopra saldi plinti, fanciulli foggiati nell’oro
stavano, e nelle mani reggevano fiaccole ardenti,
a rischiarar, la notte, le genti sedute a convivio.
V’erano dentro la casa, cinquanta fantesche al lavoro.
Fra le due mole queste tritavano il biondo frumento:
quelle tessevano tele, sui fusi avvolgevano lana;
l’agili mani foglie sembravan di tremuli pioppi:
olio stillava giú dai pettini sopra il tessuto.
Quanto i Feaci sono piú sperti degli uomini tutti