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130 ODISSEA

S’avviò dunque Ulisse divino traverso la stanza,
cinto di molta nebbia che Atena infondevagli intorno,
perché giunger non visto potesse ad Arete e al sovrano.
Dunque Ulisse abbracciò cosí le ginocchia d’Arete;
ed ecco, a lui d’attorno si sciolse la nebbia divina.
Ammutolirono tutti, vedendo che un uomo era entrato;
guardarono, stupirono; e Ulisse levò tale prece:
«Arete, o figlia tu di Ressènore pari ai Celesti,
giungo al tuo sposo, alle tue ginocchia ed a questo convito
dopo travagli molti. Concedano i Numi a voi tutti
vita felice, e che possa ciascuno trasmettere ai figli
gli aviti beni, e tutti gli onori dal popolo avuti.
Ora una scorta a me date che presto io ritorni alla patria;
ché da gran tempo, errando lontano dai cari, io patisco».
     Cosí detto, sedè nella cenere, accanto alla fiamma
del focolare; e tutti rimasero senza parola.
Dopo un silenzio lungo, cosí prese a dire Echenèo,
ch’era il piú grave d’anni fra tutte le genti feacie,
che assai cose remote sapeva, e avea labbro facondo.
Questi, volgendo al bene la mente, cosí prese a dire:
«Alcinoo, questo bello davvero non è, non è l’uso,
che al focolare, sopra la cenere, un ospite giaccia
stando perplessi gli altri, che attendono tutti un tuo cenno.
Alza, su via, lo straniero, sul seggio dai chiovi d’argento
fa’ch’egli segga; e poi tu stesso comanda agli araldi
di mescolare il vino, che a Giove libare si possa,
del folgore signore, che gli ospiti supplici assiste;
e a lui la dispensiera ministri dei cibi che serba».
     Come ebbe udito ciò d’Alcinoo la sacra possanza,
preso per mano Ulisse, l’accorto di mente sottile,