Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/205

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142 ODISSEA

varcò per consultarlo; ché allor, per volere di Giove,
per i Troiani e pei Dànai volgea degli affanni il principio.
Queste il cantore illustre vicende cantava. Ed Ulisse
l’ampio purpureo mantello con ambe le valide mani
si trasse sopra il capo, nascose il suo nobile volto:
ché lo pungea vergogna di piangere innanzi ai Feaci.
E quante volte il poeta divino cessava il suo canto,
tante tergeva le lagrime, il manto scostava dal viso,
e, tolto in mano il nappo capace, libava ai Celesti:
quando ricominciava, poiché lo incitavano al canto
i principi Feaci, che molto godeano al suo verso,
di nuovo Ulisse il volto celava nel manto, e piangeva.
E a tutti quanti allora sarebbe sfuggito il suo pianto:
Alcinoo solamente, che presso gli stava seduto,
lo guardò, se n’accorse, l’udi che piangeva accorato,
ed ai Feaci il volo rivolse di queste parole:
«Datemi ascolto, signori Feaci che il popol guidate:
sazi siam tutti oramai di cibo, ciascuno a sua brama,
e della lira, che vibra compagna alla florida mensa.
Usciamo adesso, e prova facciamo di tutte le gare,
perché l’ospite possa, tornato alla terra materna,
dire agli amici quanto piú validi siam d’ogni gente
nell’arte della lotta, nei pugni, nel salto, nel corso».
     Detto cosí, per primo si mosse; e seguirono gli altri.
E via dalla parete spiccata la cétera arguta,
prese l’araldo per mano Demòdoco, e fuor dalla stanza
lo addusse, e lo guidò per quella medesima via
che pur gli altri Feaci battean. per mirare gli agoni.
Givano verso la piazza, seguiva gran turba di gente,
mille e poi mille; e molti dei giovani sursero a gara.