Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/204

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CANTO VIII 141

E qui, poscia che furono giunti alla spiaggia e alla nave,
prima la negra nave sospinser nel mare profondo,
sopra la negra nave piantarono albero e vele,
entro gli scalmi i remi fissàr con gli stroppi di cuoio,
e l’ormeggiarono al lido, dov’erano l’acque piú fonde.
Mossero poscia a la bella magione d’Alcinoo divino,
e i portici, le stanze, la casa fu piena di gente.
Per essi Alcinoo re sgozzar fece dodici capre,
con otto verri zanne lucenti e due tardi giovenchi.
Questi sgozzarono; e poi prepararono il lauto banchetto.
E giunse anche l’araldo, guidando il diletto cantore,
cui predilesse la Musa, donandogli un bene ed un male:
privo lo fe’degli occhi, ma il canto soave gli diede.
Di ferree borchie adorno un trono gli offri Pontonòo,
in mezzo ai convitati, poggiandolo a un alto pilastro;
quivi poscia appiccò, sul suo capo, la cétera arguta
a un chiodo, e gli mostrò come tender dovesse la mano
per dispiccarla; e presso gli pose un canestro, ed un desco
bello, e una coppa di vino, da ber finché voglia ne avesse.
Su le vivande allestite gittarono tutti le mani;
e poi ch’ebber placata la fame e la sete, la Musa
spinse il cantor che le gesta degli eroi dicesse in un canto
la cui fama salire dovesse di li fino al cielo:
la lite che s’accese fra Ulisse ed Achille Pelide,
ch’ebber contesa un giorno, nell’agape sacra ai Celesti,
con minacciose parole. Fu lieto Agamènnone allora,
che quel contrasto sorgesse fra i primi guerrier degli Argivi:
ché Febo Apollo fausto predetto gli aveva tal segno
nella santissima Pito, quand’ei la marmorea soglia