Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/203

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140 ODISSEA

e poi reso l’aveva piú alto e piú saldo a vedere,
ché riuscire accetto potesse a tutti i Feaci,
e venerando e possente, che compiere i molti potesse
cimenti, onde i Feaci saggiaron le forze d’Ulisse.
     Or quando poi s’accolsero, e furono insieme adunati,
prese a parlare Alcinoo tra loro, cosí prese a dire:
«Datemi ascolto, signori Feaci che il popol guidate,
ch’io voglio dire quello che il cuore nel seno mi detta.
Questo straniero, non so chi sia, che qui naufrago giunse,
non so se da le genti di levante, oppur di ponente,
a noi chiede una scorta che lui riconduca alla patria.
Or noi, come altra volta facemmo, apprestiamo la scorta;
poiché niuno altra volta fu mai, che, ospitato in mia casa,
dovesse quivi a lungo restar, sospirando il ritorno.
Su via, spingiamo dunque nel mare divino un naviglio
che mai solcate l'onde non abbia, e scegliamo cinquanta
e due nocchieri, quelli dei nostri che abbiamo migliori.
E tutti, poi che abbiate legati i remi agli scalmi,
scendete a terra, e senza frapporre indugio, movete
alla mia reggia, e qui pranzate: ché tutti io convito.
Ai marinari impartisco quest’ordine. E voi che reggete
lo scettro, alla mia casa fulgente, o signori, venite,
ché festeggiar lo straniero vogliamo sotto il mio tetto.
Né si rifiuti alcuno. Demòdoco quindi si chiami,
il divino cantore: ché a lui piú che a ogni altro i Celesti
diér che molcire i cuori potesse, ov’ei brama, col canto».
Dette queste parole, si mosse; e con lui gli altri prenci.
E un messo si spiccò, per cercare il divino cantore.
E tra i migliori eletti cinquantadue marinari
mossero, come Alcinoo voleva, alla spiaggia del mare.