Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/207

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144 ODISSEA

«Laodamante, opportune son queste parole che dici:
il tuo pensiero esponi tu stesso, e rivolgi l’invito».
     E poi che il prode figlio d’Alcino ebbe udito, si mosse
in mezzo all’adunanza, si fermò, ai volse ad Ulisse:
«Ospite padre, anche tu, su via, prendi parte alle gare,
se sperto sei di gare: ché tal sembreresti a vederti:
ché non si dà per un uomo, sin ch’ei vive, gloria piú grande
di quella che le mani si acquistano e i validi piedi.
Tenta la prova, su via, bandisci gli affanni dal cuore,
poiché non è lontano per te del ritorno il momento;
anzi, la nave è di già nel mare, e son pronti i nocchieri».
     E gli rispose cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Laodamante, perché questo invito che il cuore mi sferza?
Alle sciagure ho rivolta la mente ben piú che alle gare:
ché tanti affanni e tanti travagli ho dovuto patire;
ed ora, del ritorno bramoso, nel vostro convegno
seggo, e rivolgo al re la prece, ed al popolo tutto».
     Eurialo queste allora gli volse rissose parole:
«Ospite, assimigliarti non posso ad un uom che maestro
sia ne le gare che spesso si sogliono indir fra le genti:
anzi, ad un uomo che sopra navile dal fitto remeggio
giri pel mondo, a capo di gente che va mercatando,
e che del carico solo sollecito sia, delle merci,
e dei rapaci guadagni. L’aspetto non hai d’un atleta».
Lo guardò bieco Ulisse, rispose con queste parole:
«Ospite, e tu non bene mi parli; e somigli un protervo.
Non dànno i Numi a tutti del pari gli amabili doni,
e bell’aspetto, e senno profondo, e faconda parola.
Esservi un uomo può, che sia ben meschino d’aspetto,
ma di bellezza un Nume ghirlandi i suoi detti; e gli sguardi