Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/208

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CANTO VIII 145

volge su lui chi l’ode gioendo. Con franca modestia
dolce favella un altro, brillando fra il popolo; e quando
giunge in una città, l’onorano al pari d’un Nume.
Bello d’aspetto è un terzo, somiglia ai Celesti d’Olimpo,
ma di nessuna grazia s’abbellano a lui le parole:
come sei tu: che insigne sei tanto d’aspetto, né meglio
neppure un Dio potrebbe plasmarti; e di mente sei stolto;
e provocato m’hai nel cuore lo sdegno, parlando
senza riguardo. No, non sono inesperto di gare,
come tu dici; ed anzi mi credo ch’io fossi tra i primi,
quando la gioventú vigor m’infondeva nel braccio.
Ma ora sono oppresso dai mali e dai crucci: ché troppo
ebbi a soffrire, tra guerre di genti, e tra l’urto dei flutti.
E pure, anche cosi, fra tanti dolori, alle gare
vo’ cimentarmi: ché tu coi detti mordaci m’aizzi ’.
     Disse. Ed involto com’era nel manto, lanciandosi, un disco
prese, massiccio, piú grande, pesante piú molto di quelli
onde soleano fra loro contendere in gara i Feaci.
E, roteatolo, via lo lanciò dalla mano gagliarda.
Alto la pietra rombò, chinarono a terra la testa
gl’incliti navigatori Feaci, maestri di remi,
a quella furia; e la pietra, scagliata a gran forza dal pugno,
oltre volò le gittate di tutti. Ed Atena il segnale
pose, che aveva assunta sembianza d’un uomo, e che disse:
«Anche, o straniero, un cieco, potrebbe distinguere il segno,
cosi palpando: perché non é già confuso con gli altri,
anzi, piú avanti molto. Compiaciti pur della gara,
ché superarti o agguagliarti nessuno potrà dei Feaci».
     Disse cosí. Molto lieto fu Ulisse divino tenace,
e s’allegrò che un amico benigno trovò nel consesso;