Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/210

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CANTO VIII 147

vincermi: poi che troppi patii miserandi travagli,
tra i flutti errando a lungo: né sopra le navi temprarmi
sempre potevo; e fiaccate perciò mi si son le ginoccliia».
     Cosí disse egli. E tutti rimasero senza parola.
Alcinoo solamente si volse a rispondergli, e disse:
«Ospite no, che ingrate non son le parole che dici:
ché tu la forza brami mostrar che ti regge le membra,
irato perché questi che accanto era a te nel consesso,
il valor tuo biasimò, come niun de’ mortali dovrebbe
che solo a quanto è giusto rivolger sapesse la mente.
Su via, le mie parole odi ora, che possa ridirle
anche a qualche altro eroe, quando tu, ritornato alla patria,
a mensa sederai, vicino alla sposa ed ai figli
memore della nostra valentia, che Giove a noi pure
concesse in alcuna opra, mai sempre, dagli avi remoti.
Ché noi pugili insigni non siamo, né saldi alla lotta,
ma si veloci al corso dei piedi, e di navi maestri;
e a noi sempre il convito fu caro, e la cetra, e le danze,
e mutar vesti, e bagni tepenti e soavi giacigli.
Su via, Feaci, quanti piú abili siete nei balli,
danzate, si che possa narrar lo straniero agli amici •
quando tornato a casa sarà, quanto tutti avanziamo
del navigar nell’arte, nel corso, nel canto, nel ballo.
Ora, su via, qualcuno senza indugio corra alla reggia,
e qui rechi, e la cétera arguta a Demòdoco porga».
     Cosí parlava Alcinoo dal volto divino; e I’araldo
surse, e alla reggia corse del sire, a cercare la cetra.
E delle gare sursero i giudici — in tutto eran nove,
che negli agoni ogni cosa soleano abilmente comporre.
Essi appianarono il suolo, mandarono indietro la gente.