Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/211

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148 ODISSEA

Presto l’araldo giunse recando la celerà arguta
a Demòdoco; questi si pose nel mezzo; e fanciulli
stettero attorno a lui, giovanissimi, esperti dei balli;
e i piedi ad una danza bellissima mossero. Ulisse
lo sfolgorio dei piedi mirava, e stupiva nel cuore.
E Demòdoco allora, toccando soave la cetra,
prese a cantar gli amori di Marte e di Cipride bella.
Come la prima volta si avviàr nella casa d’Efesto,
nascostamente. Il Dio le fe’ molti doni, ed il letto
contaminò d’Efesto. Ma il Sol corse subito a lui,
nuncio: che aveva i due veduti commisti in amore.
Com’ebbe dunque Efesto udita la trista novella,
corse alla sua fucina, macchinando atroci disegni.
Pose una incudine grande sul ceppo, e batté dei legami
che niun sciogliere o franger potesse, per coglierli entrambi.
Ora, poi ch’ebbe, in odio di Marte, tramato l’inganno,
andò diretto al talamo ov’era il suo letto di sposo.
Alla lettiera quivi fissò tutto intorno i legami,
e molti ne distese pendenti giú giú dal soffitto,
come sottili ragne, che niuno veduti gli avrebbe,
fosse finanche un dio: tanto era sottile l’inganno.
Ora, poi ch’ebbe tutto recinto di lacci il giaciglio,
finse d’andare a Lemno, città dalle solide case,
al cuor suo piú diletta che ogni altra regione del mondo.
Né Marte, Brigliadoro, che stava alle porte, fu cieco.
Appena vide Efesto l’industre recarsi lontano,
súbito verso la casa dell’inclito fabbro il piè mosse,
tutto d’amore ardente per Cipri dal serto vezzoso.
Essa, tornata appena dal padre, da Giove possente,
s’era seduta: e Marte dinanzi le fu d’improvviso,