Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/212

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CANTO VIII 149

la mano nella mano le strinse, e cosí prese a dire:
«Vieni, o mia cara, sul letto corchiamoci insieme a sollazzo:
ché non si trova in casa Efesto: ma lungi da un pezzo
è già partito, a Lemno è andato fra i barbari Sinti».
     Cosí le disse. E a lei gradevole parve l’invito.
I due nel letto entrarono, e presero sonno: ed i lacci
artifiziosi intorno scattaron d’Efesto l’accorto;
né piú muovere membro potevano, alzarlo di tanto.
Furon convinti presto che scampo nessuno non c’era.
E presso a loro il Nume si fe’dalle braccia robuste,
ch’era tornato indietro ben prima di giungere a Lemno:
ché il Sole, stando a guardia per lui, gli avea data la nuova.
Sopra la soglia stette, corroso di bile selvaggia;
e un grido orrendo levò, chiamò tutti quanti i Celesti:
     «O Giove padre, e voi, sempiterni beati Celesti,
venite qui, vedete le gesta ridicole e turpi
che compie contro me la figlia di Giove, Afrodite!
D’onta mi copre perché sono zoppo; ed è vaga di Marte
per la bellezza sua, perché son diritti i suoi piedi,
ed io mal mi ci reggo. La colpa però non é mia,
bensí dei miei genitori: cosí non m’avesser concetto!
Su, venite a vedere, che sono allacciati in amore
entro il mio letto stesso, che il cuor mi si stringe a vederli!
Ma d’ora in poi, per quanto si vogliano bene, vaghezza
piú non avran di giacere cosi, dico io: non vorranno
l’un presso all’altro dormire: ché stretti fra i lacci saranno
finché restituiti non m’abbia suo padre i regali:
tutti li voglio, quanti glie n’ebbi a dar per sua figlia
faccia di cagna: ch’è bella, ma in sen non ha cuore, sua figlia!»