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150 ODISSEA

     Disse: ed accorsero lutti gli Dei nella casa di bronzo.
Venne Posidone, il Nume che stringe la terra, il benigno
Ermete venne, venne Apollo che lungi saetta.
Ma ognuna in casa sua restaron le Dee, per pudore.
Stettero tutti, i Numi datori di bene ne l’atrio.
E inestinguibile riso scoppiò dalle bocche divine,
quanto ebber viste Farti sottili del furbo Vulcano.
     E questo a quello cosí diceva, guardando il vicino:
«Chi male fa, male aspetta, e il tardo raggiunge il veloce.
Chiaro si vede adesso! Efesto ch’è tardo, ch’è zoppo,
coi suoi congegni ha Marte raggiunto, il piú svelto dei Numi.
Colto sul fatto, adesso, gli dovrà sborsare la multa!»
     Queste parole cosí scambiavano l’uno con l’altro.
Ed il figliuolo di Giove, Apollo, diceva ad Ermète:
«Figlio di Giove, Ermète benigno, che l’anime guidi,
t’adatteresti a restare schiacciato fra solidi ceppi,
pur di giacere in letto vicino a la bella Afrodite?».
     E gli rispose il Nume che l’anime guida, Argicida:
«Deh!, se avvenisse questo, Signore che lungi saetti,
ceppi tre volte tanti vorrei m’irretissero tutto,
e tutti i Numi e tutte le Dive veniste a vedermi,
ed io dormir potessi vicino a la bella Afrodite».
     Cosí diceva; e risa scoppiaron fra i Numi beati.
Solo Posídone, no, non rideva; e badava a pregare
Efesto, inclito d’arte maestro, che Marte sciogliesse.
E a lui parlando, il volo volgeva di queste parole:
«Scioglilo: ed io promessa ti faccio che. come tu brami,
tutto ciò che ti spetta tu avrai fra i beati Celesti».
     E a lui l’inclito zoppo rispose con queste parole:
«Non mi proporre ciò, Signore che stringi la terra;