Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/214

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CANTO VIII 151

ché tristi sono anch’esse le malleverie per i tristi.
E come mai potrei te, Nume, costringere in ceppi,
allor che Marte fosse sfuggito ai miei lacci, allei, multa?».
     E gli rispose il Nume che scuote la terra, gli disse:
«Efesto, quando Marte volesse pigliare la fuga,
e non pagare piú la multa, da me tu l’avrai».
     E a lui l’inclito zoppo rispose con queste parole:
«Ai tuoi comandi opporre né posso né voglio rifiuto».
     E, cosí detto, Efesto gagliardo disciolse i legami.
E i due, furono appena disciolti dai solidi lacci,
che via ratti balzarono. I passi egli a Troia rivolse;
ed Afrodite, vaga di ridere, a Cipro ed a Pafo
s’accolse, dove un tempio per lei sorge, e fuma un altare.
Quivi lavata fu dalle Grazie, cospersa d’unguenti,
quali alle membra dei Numi convengono, ambrosi, fragranti,
quivi la cinser di vesti vezzose, stupende a vedere. —
Cosí dunque l’eccelso poeta cantava. Ed Ulisse,
molto, quel canto udendo, godeva nell’animo, e gli altri
Feaci tutti, esperti dei remi, di navi maeslri.
E Alcinoo fece invito a Laodamante e a Marino,
ch’essi danzasser da soli: ché niun competeva con essi.
Presero questi con ambe le mani una palla elegante,
tutta di porpora, fatta per loro da Pólibo scaltro.
E poi, l’un d’essi, indietro curvatosi, in su la scagliava,
verso le nuvole oscure: spiccandosi l’altro da terra,
a voi, prima che il suolo toccassero i pie’, la coglieva.
Quand’ebber con la palla giocato cosí, fronte a fronte,
coi pie’, danzando, il suolo batteano, alternavano i piedi,
rapidamente; e gli altri garzoni segnavano il tempo,
ch’eran presenti alla gara, levandosi un alto clamore.