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152 ODISSEA

E allora Ulisse queste parole volgeva al sovrano:
«O tu, potente Alcinoo, preclaro fra tutte le genti,
tu ti vantasti che i tuoi vincevano tutti alla danza:
e questo era pur vero: contemplo, e stupore m’invade»
     Cosí disse: e fu lieta la forza d’Alcinoo divina;
ed ai Feaci queste parole improvvise rivolse:
«Uditemi ora, o prenci Feaci che il popol guidate:
l’ospite nostro senno mi pare che molto dimostri.
Diamogli dunque, come conviene, un ricordo ospitale.
Dodici principi insigni son guida alla gente Feacia;
sono signori; ed io fra loro son decimo e terzo.
Allo straniero ognun d’essi donare dovrebbe un mantello
ed una tunica bella, e d’oro saggiato un talento.
Ora, su via, tutti insieme rechiamoli, e l’ospite possa
prenderli tutti, e lieto nel cuore, recarsi alla cena.
E a lui qualche parola Eurialo volga di scusa,
e gli offra un dono; ché prima non ha favellato da saggio».
     Cosí disse. 1 suoi detti lodarono gli altri; e un araldo
alla sua casa spedi ciascuno, che un dono recasse.
Ed Eurialo ad Alcinoo rivolse cosí la parola:
«Fulgido Alcinoo, signore chiarissimo, all’ospite nostro
rivolgerò, come tu domandi, parole di scusa,
e gli darò, foggiata nel bronzo una spada, con l’elsa
d’argento, e la guaina d’avorio, da poco segata,
tutta la stringe attorno. Terrà molto caro tal dono».
     Disse; e la spada, tutta segnata di borchie d’argento,
diede ad Ulisse, e queste parole veloci gli volse:
«Ospite padre, salute! Se qualche parola è sfuggita
aspra, la possano tosto ghermire e rapir le procelle.