Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/216

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CANTO VIII 153

E i Numi a te concedati vedere la sposa e la patria,
poiché da tanto tempo lontano dai cari tu soffri».
     E gli rispose cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Ed anche a te salute! Gli Dei ti giocondino, amico,
e mai di questa spada non debba piú coglierti brama,
che adesso tu con queste benigne parole mi doni».
     Disse: ed all’omero appese la spada d’argentee borchie.
E intanto il Sol s’immerse nel pelago; e giunsero i doni
incliti; e i vaghi araldi li posero innanzi al sovrano.
Li presero i valletti d’Alcinoo, signore perfetto,
e li recarono presso la sua veneranda consorte.
S’alzò frattanto Alcinoo divino; ed a capo degli altri
mosse alla reggia; e qui sederon sui troni sublimi.
     E Alcinoo, sacra possa, cosí favellava ad Arete:
«Su via, sposa, il forziere piú bello che abbiamo, ’qui reca,
ed una tunica dentro vi poni, ed un nitido manto.
Quindi sul fuoco mettete un tripode, e l’acqua scaldate,
si ch’egli, fatto il bagno, veduti raccolti i regali
tutti, che gli hanno qui recati i signori Feaci,
possa gioir del banchetto, dei canti soavi del vate.
Ed io questo mio nappo bellissimo voglio donargli
d’oro, perché memoria di me serbando poi sempre,
nella sua casa libi a Giove ed agli altri Celesti».
     Cosí disse; ed Arete die’ l’ordine allora alle ancelle,
che subito sul fuoco ponessero un tripode grande.
Uno da bagno quelle ne poser sul fuoco fiammante,
v’infusero acqua, sotto vi poser gran copia di legna.
Stringea la fiamma il ventre del tripode, e l’acqua scaldava.
Arete per Ulisse frattanto il forziere piú bello
dalle sue stanze recò, vi pose i bellissimi doni,