Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/217

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154 ODISSEA

tutte le vesti e l’oro che aveano recato i Feaci.
Essa un mantello poi v’aggiunse e una tunica bella,
e, a lui parlando, il volo rivolse di queste parole:
«Presto, il coperchio guarda tu stesso, ed intrecciavi un nodo,
ché depredarti alcuno non debba in viaggio, se ancora
ti colga il dolce sonno, varcando sul negro naviglio».
     Come ebbe detto ciò, la tenacia divina d’Ulisse,
rapidamente il coperchio rinchiuse, e l’intreccio d’un nodo
strinse, che appreso un giorno gli avea la bellissima Circe.
La dispensiera poi gli disse che subito entrasse
dentro la vasca; ed egli, veduta la limpida linfa,
fu tutto lieto; perché da tempo era privo di cure.
Or, poi che l’ebber lavato le ancelle, unto l’ebbero d’olio,
ed una tunica e un vago mantello ebbe avvolti alle membra,
allora ei s’avviò dove gli altri sedevano a bere.
Ed ecco allor Nausica, spirante celeste bellezza,
presso alla porta dinanzi gli stie’, nella solida sala.
E stupefece, com’ebbe su Ulisse gittato lo sguardo,
e si rivolse a lui col volo di queste parole:
«Ospite, salve! E di me, quando in patria sia giunto, ricordo
serba: compenso mi devi d’averti salvato, io la prima».
E le rispose cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«O tu, figlia d’Alcinoo magnanimo cuore, Nausica,
cosi lo sposo d’Era che tuona dal cielo profondo
faccia che a casa io giunga, che il di del ritorno io pur vegga!
Allora, anche colà, si come ad un Nume, ogni giorno
ti volgerò preghiere: ché tu m’hai salvato, fanciulla».
     Disse. E su un trono sedè vicino ad Alcinoo sovrano,
che già stavan le parti facendo, e mescevano il vino.
E giunse anche l’araldo, guidando l’amabil cantore