Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/218

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CANTO VIII 155

delizia delle genti, Demòdoco; e in mezzo al convito
presso ad un’alta colonna lo addusse, io fece sedere.
E allora Ulisse, mente sottile, d’un apro selvaggio
tagliando una gran fetta dal dorso, ove ancor molta carne
restava, tutta pingue di grasso, si volse all’araldo:
«Araldo, prendi, e dà questa carne a Demòdoco; e mangi:
gratificare io lo voglio, sebbene sia tanto crucciato;
perché fra quante sono terrigene genti, i cantori
di reverenza e d’onore son degni: ché ad essi la Musa
le vie dei canti apprese: ch’ella ama dei vati la stirpe».
     Cosí diceva. Prese l’araldo la carne, e al cantore
la porse; e molto quegli gioendo nel cuore, l’accolse.
Sulle vivande imbandite gittarono tutti le mani.
E poi che fu sedata la brama del cibo e del vino,
Ulisse, il sire tutto scaltrezza, a Demòdoco disse:
«Te piú che ogni altro onoro, Demòdoco: o sia che la Musa
figlia di Giove t’abbia nel canto addestrato, od Apollo.
Mirabilmente tu sai cantar degli Achei le sciagure,
quanto operaron, quanto patiron, soffrirono in guerra,
come se stato fossi presente, o se alcuno di loro
lo avesse a te narrato. Cambia ora argomento; e il cavallo
narra, l’ordigno di legno ch’Epèo con Atena costrusse,
e nella rocca Ulisse divino con frode l’addusse,
d’uomini avendolo empiuto, che Troia poi misero a sacco.
Se tutto questo saprai per ordine a me tu narrare,
súbito andrò dicendo fra tutte le genti del mondo
che a te concesse il Nume la grazia divina del canto».
     Disse. E il poeta svolse, movendo dal Nume, il suo canto.
Dal punto incominciò che sopra le navi gli Argivi
ascesi, e date al fuoco le tende, si misero in mare.