Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/219

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156 ODISSEA

E Ulisse, in Troia già, nascosto al cavallo nel grembo,
era coi suoi compagni, già stretti i Troiani a consesso,
che aveano entro la reggia condotta essi stessi la fiera.
Qui stava. E intorno ad essa, fra varie sentenze i Troiani
eran perplessi: e tre parean prevalere su l’altre.
O di spaccar con la furia del bronzo quel concavo legno,
o di scagliarlo giú per le rupi dal sommo dell’arce,
oppure, insigne pregio, lasciarlo in omaggio ai Celesti.
E sovra gli altri dovea prevalere quest’ultimo avviso:
ch’era per essi fatale soccomberà quando la rocca
avesse accolto il grande cavallo di legno, ove tutti
eran gli Argivi piú forti, forieri di morte ai Troiani.
E cantò poscia come, gli Achei, dal cavallo balzati,
lasciato il cavo agguato, la rocca mettevano a sacco.
Cantò come chi qua chi là saccheggiarono Troia,
e come Ulisse, insieme col pari agl’iddíi Menelao,
simile a Marte, piombò di Deífobo sopra la casa:
arrò come la guerra piú dura egli quivi sostenne,
e la vittoria a lui consenti la magnanima Atena.
     Cosí dunque cantava l’insigne poeta. Ed Ulisse
struggeasi; e il pianto giú dal ciglio bagnava le guance.^
Come una donna piange protesa sovresso lo sposo,
che per la sua città, pei suoi cittadini é caduto,
per tener lungi il giorno fatai dalla rocca e dai figli:
essa che cader morto lo vide, e dar gli ultimi guizzi,
amaramente piange, protesa sul corpo; e i nemici
di dietro, con le lance, le battono gli omeri e il collo,
e via schiava l’adducon, che soffra fatiche e dolori;
e a lei pel piú doglioso tormento s’emacian le guance:
cosi bagnava Ulisse di misero pianto le ciglia.