Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/220

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CANTO VIII 157

Niuno degli altri però s’accorse che Ulisse piangeva.
Alcinoo solamente, che presso gli stava seduto,
lo guardò, se n’accorse, l’udí che piangeva accorato,
ed ai Feaci, maestri di remi, cosí favellava:
«Datemi ascolto, signori Feaci che il popol guidate.
Metta Demòdoco ormai da parte la cetera arguta,
ch’ei non riesce a tutti gradito, con questo suo canto.
Da quando stiamo qui cenando, e il cantor s’è levato,
l’ospite mai non ha desistito dal pianto accorato.
A lui di certo grave cordoglio s’addensa nel cuore.
Taccia Demòdoco, dunque, ché tutti vogliamo esser lieti,
l’ospite, e noi che ospizio gli diamo: ché questo é pel meglio.
Ché noi per reverenza di lui tutto abbiamo apprestato,
la scorta, e i cari doni che a lui con affetto porgiamo.
Un peregrino, un ospite, al par d’un fratello é diletto
all’uom che in seno accolga barlume, anche poco, di senno.
Ma non volermi anche tu celare con scaltri artifizi
quanto io chieder ti voglio. Per te meglio vai favellare.
Dimmi il tuo nome, come solevano in patria chiamarti,
la madre, il padre, i tuoi cittadini, le genti vicine:
ché non c’è uomo al mondo, sia nobile, sia della plebe,
che senza nome affatto rimanga, una volta ch’ei nacque;
ma, quanti nascono, a tutti lo pongono i lor genitori.
Dimmi la patria tua, la città, la tribú: ché le navi
possano a quella mèta rivolger la mente, e condurti.
Però che timonieri non hanno le navi Feaci,
non han timone, come le navi degli altri: esse stesse
le navi, dei nocchieri comprendon la mente e il volere:
di tutte quante le genti conoscono i fertili campi
e le città: traversan, di nebbia e caligine avvolte,