Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/221

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
158 ODISSEA

velocemente, la vasta voragin del mare; e timore
non c’è, che possan dànno patire, che vadan perdute.
Salvo che questo udii narrar da mio padre Nausíto.
Disse che il Dio Posidone un di si sarebbe adirato
contro di noi, che in salvo guidiamo per mare le genti.
E disse che una volta, tornando, una nave feacia
franta sarebbe stata fra. i gorghi nebbiosi del mare,
ed un gran monte avrebbe la nostra città circondata.
Cosí diceva il vecchio Nausito. Se quanto egli disse
compiersi debba, o incompiuto restare, è volere del Nume.
Ma questo dimmi or tu, rispondimi senza menzogna.
Come ti sei trovato pel mare errabondo? A che terra
sei pervenuto, a quali uomini, a quali città ben costrutte,
e quali eran crudeli, selvaggi, nemici a giustizia,
quali ospitali, invece, di mente devota ai Celesti?
E perché piangi, dimmi, perché ti lamenti accorato
quando il destin degli Argivi tu ascolti, dei Danaĩ, d’Ilio?
L’hanno voluto i Numi, filarono i Numi tal sorte,
perché soggetto avesse di canti la gente ventura.
Qualche tuo valoroso parente t’é morto pugnando
a Troia? Oppure un suocero, un genero? Questi i piú cari
sono fra tutti, dopo la stirpe congiunta di sangue.
Oppure qualche tuo compagno hai perduto, che grazie
avea presso te grandi? Da meno non é d’un fratello
l’uomo ch’é a te d’affetto legato, e che senno possiede».