Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/229

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
166 ODISSEA

limpida scorre una fonte, d’intorno vi crescono i pioppi.
Verso quel porto movemmo, ché un Dio ci guidò nel cammino,
entro la buia notte, che pure un barlume non v’era,
ma fonda nebbia oscura stringeva d’attorno le navi,
né si vedeva la luna, del cielo fra i nuvoli ascosa.
Quindi, nessuno di noi quell’isola vide, nessuno
gli alti marosi che rotolavano verso la spiaggia,
prima che contro la spiaggia cozzasser le rapide navi.
Ammainammo tutte le vele allor su la nave,
e discendemmo anche noi sul lido, nei pressi del mare:
quivi, dormendo, attendemmo che in cielo sorgesse l’Aurora.
     Quando l’Aurora appari mattiniera ch’à dita di rose,
pieni di meraviglia movemmo per l’isola in giro.
E innanzi a noi le Ninfe, figliuole all’egioco Giove,
spinser le capre selvagge, per farne cibare i compagni.
Súbito noi dalle navi prendemmo le lunghe zagaglie,
gli archi ricurvi, e movemmo, divisi in tre schiere, alla caccia.
E un Dio súbito a noi concesse bastevole preda:
dodici legni con me navigavano; ed ebbe ciascuno
nove capre: soltanto per me ne rimasero dieci.
Quivi per tutto il dí, sin che il sole disparve nel mare,
noi ci sedemmo a cibare le carni, a libare il vin pretto,
ché su le navi non era finito il purpureo vino;
poi che ne aveva ciascuno predate molte anfore grandi,
quando ponemmo a sacco la sacra città dei Cicóni.
E guardavam dei Ciclopi la terra vicina: ché fumo
quindi sorgeva, belati suonavan di pecore e capre.
Quando s’immerse il sole nel mare, e la tènebra giunse,
noi ci mettemmo a dormire vicino alla spiaggia del mare.
Come l’Aurora spuntò mattiniera ch’à dita di rose.