Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/228

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CANTO IX 165

l’orzo, il frumento cresce, le viti che i grappoli pingui
recan dell’uva, e Giove le nutre con l’onda piovana.
Essi non hanno assemblee di popolo, o giudici o leggi;
ma degli eccelsi monti dimoran sui vertici sommi,
entro capaci spechi, dov’ha ciascun d’essi l’impero
della sua moglie, dei figli; né l’uno dell’altro si cura.
     Quivi dinanzi a un porto un’isola bassa si stende,
né troppo presso, né troppo lontana dal suoi dei Ciclopi,
tutta coperta di selve. Qui crescono a torme infinite
capre selvagge: ché mai non vien passo d’uomo a scacciarle,
né cacciatore v’approda, di quelli che stentan la vita
per le foreste, seguendo le fiere sui greppi montani,
né le possiede pastore, né gente che scalzi le zolle;
ma non solcata mai dall’aratro, non mai seminata,
d’uomini è vuota; e solo nutrica le capre belanti.
Poi che non hanno i Ciclopi battelli dai fianchi di minio,
navicellai non hanno, che sappiano navi costrurre
salde di costa, su cui, movendo agli estremi paesi,
ad ogni lor bisogno provvedan, com’è pure usanza
delle altre genti, che l’una si reca dall’altra per mare.
Abili artefici, grato potrebbero farne il soggiorno:
prati vi sono, del mare spumoso vicini alla spiaggia,
morbidi irrigui: la vite potrebbe fiorirvi in rigoglio:
facile arare la terra sarebbe: potrebber le biade
mietere ad ogni stagione, ché opimo v’è sotto il terriccio.
V’è ben sicuro un porto, né d’uopo di gómena è quivi,
né con macigni fissare le navi, né a poppa legarle:
basta soltanto li dentro sospingerle, e attendere il giorno
che di salpare i nocchieri decidano, e soffino i venti.
Proprio nel fondo del porto, sottessa una cava spelonca,