Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/227

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164 ODISSEA

ma le correnti ed i venti, mentre io doppiavo il Malèa,
me ne sviarono, e Bora, spingendomi presso a Citèra.
     Di qui pler nove giorni fui spinto da venti nemici
sovra il pescoso mare. Nel decimo, infine, giungemmo
dei Lotòfagi al suolo, che cibano fiori di loto.
Qui dalle navi al lido scendemmo, attingemmo dell’acqua,
ed i compagni presso la nave imbandiron la mensa.
Quando rempiuti poi si furon di cibo e di vino,
io dei compagni spedii, che andassero a chieder notizie,
che gente fosse quella che pane in quei luoghi pasceva:
due dei compagni scelsi, per terzo v’aggiunsi l’araldo.
Súbito andarono, e giunser vicino ai Lotòfagi. E questi
non macchinarono danno veruno ai diletti compagni:
anzi, cibare i frutti soavi li fecer del loto.
E chi d’essi gustava quel frutto piú dolce del miele,
piú non voleva tornare, recar non voleva il messaggio;
ma rimanere li volea coi Lotòfagi, e loto
perennemente gustare, né darsi pensier del ritorno.
Io li condussi a forza, che pianto versavano, al lido,
li trascinai su le navi, li spinsi e legai sotto i banchi.
Poi diedi súbito l’ordine agli altri diletti compagni
d’entrare senza indugio nei rapidi legni, ché alcuno
piú non cibasse loto, ponendo il ritorno in oblio.
Essi v’entrarono súbito, ai banchi si assisero in fila,
e bianco, sotto i colpi dei remi, fu il mare di spuma.
     Quindi piú innanzi spingemmo, col cruccio nel cuore, le navi;
e dei Ciclopi alla terra giungemmo, arroganti e malvagi,
che per campare si affidano a quello che mandano i Numi:
ma con le proprie mani non arano o piantano seme;
ché senza seme tutto, senza opra d’aratro li cresce: