Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/226

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CANTO IX 163

Giunsero all’alba: né fitti cosí sono i fiori e le frondi
a Primavera. E qui s’aggravò sopra noi sciagurati
tristo il destino di Giove, per farci soffrire gran doglie.
Stettero a fronte a fronte, pugnando, vicino alle navi,
e da una parte e dall’altra volaron le bronzee zagaglie.
Ora, durante il mattino, sinché l’almo giorno cresceva,
noi, sebben fossero piú numerosi, valemmo a frenarli;
ma quando l’ora piegò, nell’ora che sciolgono i bovi,
vinsero allora i Cicóni, travolsero oppressi gli Achei.
Per ogni nave, sei periron dei cari compagni:
noi sovra il mare potemmo fuggire il destino di morte.
     Quindi, col cruccio nel cuore, spingemmo piú innanzi la nave,
lieti che in vita eravamo, piangendo i compagni perduti.
Né slontanare io feci dal lido le rapide navi,
prima che avessi chiamato tre volte ciascun dei compagni.
ch’erano morti, sotto le man’ dei Cicóni, in quel piano.
E su le navi Giove che accumula i nembi, una Bora
spinse, con una procella terribile, e il cielo e la terra
sotto le nuvole ascose: la notte piombò giú dal cielo.
Tratte eran via le navi, con le prore in piú, per i flutti,
le vele in mille brani strappava la forza del vento.
Giú nella nave noi le calammo, a schivare la morte,
e, con gran forza incombendo sui remi, giungemmo alla terra.
Qui per due giorni, per due continue notti, giacemmo
dalla fatica oppressi, dal cruccio, rodendoci il cuore;
ma quando il terzo giorno fe’ sorger la ricciola Aurora,
gli alberi alzammo, tendemmo sovr’essi le candide vele,
sedemmo entro le navi, fidandoci al vento e al pilota.
Ed oramai tornato sarei sano e salvo alla patria;