Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/225

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162 ODISSEA

per la scaltrezza, Ulisse: giungeva mia fama a le stelle.
Itaca è mia dimora, visibil da lungi: ché il monte
Nèrito, tremlilo tutto di selve, nel mezzo si leva.
Molte altre isole attorno le son, l’una all’altra vicina:
Sanie, Dulichio, e, tutta coperta di selve, Zacinto.
Queste, distanti da lei, son volte a Oriente: a Ponente
Itaca ultima sorge. La spiaggia è poco alta sul mare,
aspra di sassi, ma pure nutrice di prodi. E ti dico
che della propria casa non v’è cosa al mondo piú dolce.
Si che voleva Calipso, la Diva, con sé trattenermi:
similemente Circe, l’eèa frodolenta, voleva
nel suo palagio tenermi, bramando ch’io fossi suo sposo;
ma non poterono mai convincere questo mio cuore:
ché niuna cosa v’è della patria e dei figli piú cara,
per quanto ricca sia la casa ove passi la vita,
quando in estranea terra, lontano tu sii dai tuoi figli.
Ora però ti debbo narrare le molte sciagure
onde m’afflisse Giove quand’io ritornavo da Troia.
     Mi spinse prima il vento ad Ismaro, presso i Cicóni.
Qui la città misi a sacco, diedi morte agli uomini tutti.
E, tratte via dalle mura le donne, con molto bottino,
le dividemmo, ché niuno dovesse restar senza preda.
Quindi ai compagni dissi che a fuga volgessero il piede,
senza indugiare; ma darmi non vollero ascolto, gli stolti;
e molto vino pretto fu li tracannato, e sgozzate
pecore molte, e grassi giovenchi sul lido del mare.
Erano corsi intanto, gridando, i Cicóni ai Cicóni
loro vicini, che aveano le case lontane dal mare,
ch’erano molti e prodi, capaci a lottar sui cavalli,
e misurarsi, quando conviene, con gli uomini a piedi.