Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/231

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168 ODISSEA

e, per compenso, Marone mi fece bellissimi cloni:
sette talenti d’oro mi die’, di sottile lavoro,
ed un cratere, iutto d’argento massiccio; ed aggiunse
vino, che ih dodici anfore infuse, dolcissimo, schietto,
nèttare degno dei Numi; né alcuno sapea di quel vino,
né delle schiave, né delle fantesche: sapea che ci fosse
egli soltanto, la fida sua sposa, la sua dispensiera.
Quando quel rosso vino beveano, piú dolce del miele,
in venti coppe d’acqua versarne soleva una coppa,
e dal cratère un olezzo soave, divin, s’effondeva:
né dolce cosa era allora lontano tenerne il tuo labbro.
Colmo io ne feci un grande otre, riposi vivande in un sacco:
ché mi diceva il cuore presago che còlti ci avrebbe
qualche gigante, dotato d’immane vigore, e selvaggio,
che d’ogni legge ignaro sarebbe, e nemico a giustizia.
     In breve d’ora all’antro giungemmo; ma lui non trovammo:
ch’egli guidando stava le greggi pel pascolo pingue.
Dentro lo speco noi guardavamo, stupiti, ogni cosa:
ché sotto i caci i graticci piegavan: d’agnelli e capretti
rigurgitavan le stalle: distinti eran gli uni dagli altri,
a parte i grandi, a parte i mezzani, i lattonzoli a parte.
E riboccavano tutti di siero di latte i bei vasi,
e le scodelle, e le secchie dov’essi mungevan le greggi.
La prima cosa che qui mi chiesero i cari compagni,
fu di pigliare un po’dei caci, ed uscir dallo speco,
poi di cacciare in fretta capretti ed agnelli, dai chiusi
alla veloce nave, di spingerci a fuga pei flutti.
Ma io prestare orecchio non volli: ché molto era meglio:
ch’io Io volevo vedere, riceverne doni ospitali;
ma non dovea riuscirne gradito ai compagni l’aspetto.