Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/232

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

CANTO IX 169

     Quivi accendemmo il fuoco, ardemmo agli Dei le primizie,
poscia gustammo noi stessi del cacio. E, seduti, attendemmo
ch’egli tornasse dal pascolo. E giunse, portando un gran n’íucchio
d’aride legna, che lume facesse durante il suo pasto.
Lo scaricò nello speco, levando un alto rimbombo:
si che noi. sbigottiti, fuggimmo nel fondo dell’antro.
Quello, le pingui greggi ch’ei munger soleva, nell’ampio
speco sospinse tutte; e i maschi, gli arieti e i capri,
fuori lasciò dall’antro, rinchiusi nell’alto recinto.
Poscia, un macigno grande, gigante levò, come porta
della caverna lo pose; neppure lo avrebbero smosso
ventidue carri, saldi, con quattro ruote, dal suolo:
tanto era immane la rupe piantata a la bocca dell’antro.
Postosi quindi a sedere, con garbo e con ordine munse
pecore e capre, e pose d’ognuna alle mamme i lattonzi:
fatta cagliare poi metà di quel candido latte,
lo collocò, rappreso cosí, nei corbelli di giunco:
l’altra metà la pose nei vasi e nei secchi, per berlo,
attingerlo di li, la cena a sua posta innaffiarne.
Poscia, quand’ebbe in fretta sbrigate le proprie faccende,
allora accese il fuoco, ci scòrse al chiarore, e ci chiese:
«O forestieri, chi siete? Di dove moveste a solcare
l’umide vie? Navigate per qualche negozio? O piuttosto
alla ventura, si come sul mar vanno errando i pirati,
che risican la vita, recando travagli ai foresti?»
     Disse cosí. Noi sentimmo spezzarcisi il cuore nel petto,
per il terror della voce profonda, e dell’orrido aspetto.
Ma, tuttavia, parole trovai per rispondergli, e dissi:
«Noi siamo Achei: da Troia, sbattuti da mille procelle,
sopra l’immenso abisso moviamo del pelago; e mentre