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170 ODISSEA

desideriamo alla patria tornare, per altri sentieri,
per altre strade erriamo: ché Giove ci nega il ritorno.
Siamo guerrieri del figlio d’Atrèo, d’Agamennone sire,
onde l’immensa gloria levata s’è fino a le stelle:
tale una eccelsa città espugnò, tante genti distrusse.
Noi siamo stati qui gittati dal mare; e, prostrati
supplici ai tuoi ginocchi, preghiamo che un dono ospitale
tu voglia offrirci, o quale presente convenga a foresti.
Abbi rispetto ai Numi, Signore: ché supplici siamo;
e forestieri ed oranti li vendica Giove ospitale,
Giove, che a fianco loro viaggia, che sacri li rende».
     Dissi. Ma l’altro, cuore spietato, cosí mi rispose:
«Tu sei balordo, oppure tu vieni da molto lontano,
ospite mio, che mi dici ch’io tema o mi guardi dai Numi.
Non se ne curano mica, di Giove l’egioco, i Ciclopi,
né dei beati celesti: ché siamo piú forti di loro.
Né vi risparmierei per timore dell’ira di Giove,
né te, né i tuoi compagni, se il cuor mi dicesse il contrario.
Ma, dimmi un po’, dov’è giunta la bella tua nave all’approdo?
Qui presso, od all’estremo del lido? Vorrei pur saperlo».
     Disse cosí per sapere. Ma io che non sono uno sciocco,
bene l’intesi; e, mentendo, risposi il contrario del vero:
«M’ha sfracellata la nave Posidone, il dio dei tremuoti:
presso una punta, all’orlo del vostro paese la spinse,
contro gli scogli la scaraventò, ché la furia del mare
la sospingeva: io con questi sfuggir potei l’orrida morte».
     Dissi cosí. Quello, cuore spietato, neppure rispose;
ma saltò su, le mani gittò sui compagni; e d’un colpo
presine due, li sbattè, come cuccioli, contro la terra,
ed il cervello si sparse per terra, umettò tutto il suolo;