Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/234

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CANTO IX 171

quindi, tagliatili a pezzi, la cena imbandiva; e mangiava
come leone che vive sui monti; né nulla lasciava;
né i muscoli, né l’ossa, né i visceri, né le midolla.
Noi tendevamo piangendo le mani al Signor dei Celesti,
né sapevamo che fare, vedendo quell’orrido scempio.
Ed il Ciclope, quand’ebbe rempiuta l’immane ventraia,
pascendo carne umana, bevendoci su puro latte,
dentro lo speco a dormire si mise, disteso fra il gregge.
Questo partito allora m’arrise al magnanimo cuore:
farmegli presso, stringendo nel pugno l’immane mia spada,
e, ricercatolo al tasto, nel punto piantargliela dove
nel diaframma sta il fegato. E un altro pensiero mi tenne:
ch’ivi saremmo anche noi periti di misera fine:
ché dall’eccelso ingresso rimuover l’immane macigno
noi non avremmo potuto, che posto egli aveva a sbarrarlo.
Onde, cosí, fra i lamenti, l’Aurora divina attendemmo.
Come l’Aurora appari mattiniera, ch’à dita di rose,
accese il fuoco, i greggi bellissimi munse il Ciclope,
tutti per ordine, e appese al sen d’ogni madre i lattonzi.
Poscia, quand’ebbe in fretta sbrigate coteste faccende,
presi ad un colpo due dei compagni, ne fece il suo pasto;
e dopo il pasto, cacciò fuor dall’antro le pecore pingui,
agevolmente levando l’immane macigno; e di nuovo
poi ve lo pose, come mettesse il coperchio a un turcasso;
e su pel monte spinse, con sufoli lunghi, le greggi.
Io, nella grotta rimasto, fra me macchinavo in che modo
trarre vendetta, se Atena volesse pur darmene gloria.
Pensa e ripensa, questo mi parve il partito migliore.
Presso alle stalle un tronco d’ulivo steso era, ancor verde,
ché reciso il Ciclope l’aveva per farne un randello,