Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/235

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172 ODISSEA

quando rasciutto fosse. Ci parve, allorché lo scorgemmo,
l’albero d’una nave cui venti sospingono remi,
d’una tartana grande, che solca gli abissi del mare.
tale la sua lunghezza, tale era, a veder, la grossezza.
lo ne tagliai per tre braccia, lo diedi ai compagni a raschiare.
Essi lo resero liscio, puntuto io ne resi un dei capi;
quindi lo presi, indurire lo feci alla vampa del fuoco,
e lo riposi poi, nascondendolo sotto lo strame
ch’era per tutto l’antro cosparso con grande abbondanza;
e dissi poi che a sorte tirassero gli altri compagni,
chi dar di piglio con me dovesse a quel tronco, e nell’occhio,
quando giacesse immerso nel sonno, ficcarlo al Ciclope.
Scelse la sorte quelli che scelti io medesimo avrei:
erano quattro; ed io quinto m’accinsi con loro all’impresa.
Giunse la sera, e il Ciclope tornò, pascolando le greggi.
Súbito dentro Io speco sospinse le pecore pingui,
tutte, che non ne lasciò nessuna di fuori all’aperto,
o qualche sua ragione n’avesse, o che un Dio lo guidasse.
Quindi, posto l’immane macigno alla bocca dell’antro,
sedè, pecore munse per ordine, e capre belanti,
una per una; e alle mamme d’ognuna poneva il lattonzo.
Poscia, quand’ebbe in fretta sbrigate coteste faccende,
presi ad un colpo due dei compagni, ne fece il suo pasto.
Presso al Ciclope allora mi feci; e, porgendo una coppa
d’ellera, grande, piena di vino purpureo, gli dissi:
«Piglia, Ciclope, bevi del vino, giacché sei pasciuto
di carne umana; e ve’, che liquore chiudeva nei fianchi
la nostra nave. Ed io l’avrei pur libato a tua gloria,
se pietoso tu rimandato m’avessi a la patria.