Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/236

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CANTO IX 173

No, tu sei troppo feroce. Chi altri, dei tanti mortali,
qui vorrà piú venire, se tanto feroce ti mostri?».
     Dissi cosí. Quello prese, trincò, ci pigliò tanto gusto
a tracannare la dolce bevanda, e ne chiese dell’altra:
«Non ti dispiaccia di darmene ancora. E poi dimmi- il tuo nome,
súbito qui, ché un regalo poi t’offro, da farti contento.
Anche ai Ciclopi, s’intende, la fertile terra produce
vino, e la pioggia di Giove lo cresce nei grappoli pingui:
si; ma codesto è un vero ruscello di nettare e ambrosia!»
     Disse. Ed un’altra volta quel vino di fiamma gli offersi.
Tre volte io glie ne porsi, tre volte ne bevve lo stolto.
Ora, quand’ebbe il vino sviata la mente al Ciclope,
io me gli volsi allora, con queste melliflue parole:
«Tu mi dimandi il mio nome, Ciclope; né io vo’ tacerlo.
Però, tu devi darmi quel dono ospitale promesso.
Nessuno è il nome mio. Nessuno mia madre mi chiama,
Nessuno il padre mio. Nessuno i compagni miei tutti».
     Dissi cosí. — Quello, cuore spietato, cosí mi rispose:
«Nessuno, ultimo te mangerò fra tutti i compagni:
prima tutti quegli altri; sarà questo il dono ospitale».
     Disse, si buttò giú supino, sdraiato per terra,
con la gran testa rovescia, ché il sonno l’aveva pigliato
con la sua forza che tutto soggioga. E sgorgavano pezzi
di carne umana e vino dal gozzo; e russava briaco.
Sotto la cenere allora cacciai, fondo fondo, quel tronco,
che divenisse rovente. Poi feci coraggio ai compagni,
che per timore qualcuno di lor non m’avesse a mancare;
e quando, infine, il trave d’ulivo, sebben fosse verde,
stava per prendere fuoco, ché era già tutto rovente,
io dalla bracia lo tolsi, mi feci vicino al Ciclope,