Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/238

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

CANTO IX 175

malanno vien da Giove: nessuno potrebbe schivarlo;
e tu scongiura dunque Posídone, il dio che t’è padre».
     Detto cosí, se n’andarono; e il cuor mi rideva nel petto
che con la fine astuzia del nome io l’avevo ingannato.
Ed il Ciclope, levando lamenti nel fiero tormento,
via, brancolando, levò dall’ingresso l’immane macigno,
e si sedè traverso la porta, protese le mani,
se ne ghermisse qualcuno che uscire tentasse fra il gregge:
tanto, nel suo cervello, credeva ch’io semplice fossi.
Io riflettevo, frattanto, qual fosse il migliore partito,
come potrei qualche mezzo trovar di sfuggire la morte,
io, con i miei compagni: né frode lasciavo o tranello
ch’io non rimuginassi: ché grande era il rischio, e vicino.
Pensa e ripensa, questo mi parve il partito migliore.
Nel gregge eran montoni di vello fittissimo, grossi,
belli, coi negri manti che aveano riflessi viola.
Io, tre per tre, senza fare rumore, li avvinsi a piú doppi,
coi vimini, ove il tristo Ciclope soleva dormire:
quello di mezzo, un uomo portava sospeso al suo ventre:
gli altri due, da riparo servian da una parte e dall’altra.
Ogni tre pecore, dunque, portavano un uomo: ed io, poi,
c’era un ariete, il capo miglior della greggia: io mi posi
sotto il suo ventre, al dorso gli cinsi le braccia, e rimasi
penduto; ed ambe attorte le mani al fittissimo vello,
lí mi tenevo saldo, con cuor paziente, alla prova.
     Attendevamo dunque, fra questi travagli, l’Aurora.
Come l’Aurora appari mattiniera, ch’à dita di rose,
tutti si spinsero al pascolo i maschi del gregge. Non munte,
lunghi belati levavan le femmine intorno ai presepi,
gonfie com’eran le mamme di latte. Ed il loro signore.