Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/240

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CANTO IX 177

Essi la nave súbito ascesero, e, in fila seduti,
sopra i banchi, col tonfo dei remi battevano il mare.
Ma quando fui lontano quanto giunge il grido d’un uomo,
queste parole allora d’oltraggio rivolsi al Ciclope:
«Quelli che tu, prepotente Ciclope, nel fondo dell’antro
hai divorato, non eran compagni di qualche codardo.
Doveano i tuoi misfatti cadérti alla fine sul capo,
che non avevi riguardo, ribaldo, a sbranare in tua casa
gli ospiti; e Giove e gli Dei tutti quanti perciò t’han punito».
     Dissi cosí. Tanto piú s’accese il furor del Ciclope;
e d’un gran monte divelse, su noi scaraventò la cresta.
Essa piombò dinanzi la prora alla cerula nave,
e traballò, ribolli lutto il mare al piombar della rupe;
ed il riflusso spinse di nuovo la nave alla terra,
un cavallone del mare la fece approdare alla spiaggia.
Ma io, stringendo un lungo spunzone con ambe le mani,
la spinsi ancora al largo. E l’ordine diedi ai compagni,
senza parlare, a cenni, che forza facesser coi remi,
per isfuggire al pericolo; e curvi li vidi vogare.
Ma quando eravam lungi due volte lo spazio di prima,
io mi rivolsi al Ciclope di nuovo. D’intorno i compagni
mi tratteneano, chi qua, chi là, con soavi preghiere:
«O sciagurato, perché di nuovo eccitar quel selvaggio?
Quel suo macigno or ora scagliando, ha respinta la nave
novellamente al lido, sicché ci credemmo perduti:
s’egli di nuovo ti sente che gridi, o soltanto che parli,
scaglia di nuovo su noi qualche aspro macigno, e fracassa
le nostre teste e le navi: ché sai dove arriva col tiro!».
     Disser: non fecer però convinto l’ardito mio cuore;
ma nuovamente — tant’ira m’ardeva nel cuore — gridai: