Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/241

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178 ODISSEA

«Se ti dovesse qualcuno degli uomini chieder, Ciclope,
conto dell’occhio, com’è, che cieco sei si sconciamente,
digli che Ulisse te l’ha cavato, il figliuol di Laerte,
quegli che Troia espugnò, che in Itaca vive ed impera».
     Dissi; e gemendo rispose con queste parole il Ciclope:
«Misero me, che allora si compie un antico responso!
C’era una volta un uomo fra noi, ch’era grande, era saggio,
Tèlemo, figlio d’Eurimi, nell’arte profetica sommo,
che tra i Ciclopi invecchiò dicendo le sorti. E costui
m’aveva tutto ciò predetto che un giorno avverrebbe:
ch’io per mano d’Ulisse privato sarei della vista.
Io m’aspettavo sempre, però, di vedermi arrivare
qualche gran pezzo d’uomo membruto, aitante, forzuto!
Adesso, invece, un uomo da nulla, slombato, piccino,
cavato m’ha quest’occhio, che pria m’ha fiaccato col vino.
Ma vieni adesso qui: vo’ doni ospitali offerirti,
e da mio padre, impetrare che a te dia felice ritorno:
ch’io del Signore del mare son figlio, e mio padre si dice.
Egli, se vuole, potrà ridarmi la vista: niun altri
né dei mortali terrestri potrà, né dei Numi del cielo».
     Cosí mi disse; ed io con queste parole risposi:
«Deh!, l’anima cosí potessi strapparti e la vita,
e nella casa dell’Orco spedirti, com’io sono certo
che risanarti quell’occhio neppure tuo padre saprebbe!».
     Io cosí dissi. E quello, levate su al cielo le palme,
queste parole di prece rivolse al Signore del mare:
«Dio che la terra stringi, Posídone cerulo crine,
odi, se son davvero tuo figlio, se tu sei mio padre:
fa che l’espugnatore di Troia piú a casa non torni: