Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/242

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

CANTO IX 179

e s’egli è pur destino che vegga gli amici, che giunga
alla sua casa bella, al suol della patria, vi giunga
tardi, miseramente, su nave straniera; né vivo
piú gli rimanga un compagno; né in casa trovi altro che doglie!»
     Disse cosi; né sordo fu il Nume dal cerulo crine.
E quegli alzò una rupe piú grande assai della prima,
la roteò, la scagliò, le impresse una forza infinita.
Cadde la rupe rasente la poppa alla cerula nave,
tanto che poco mancò non colpisse all’estremo il timone.
E traballò, ribolli il mare al piombar del macigno,
ed un’ondata scostò la nave, la spinse alla spiaggia.
     Dunque, di nuovo cosí fummo all’isola, dove in attesa
stavano l’altre navi, vicine una all’altra; e i compagni
presso sedeano, e il nostro ritorno attendevano in pianto.
Quivi approdammo, spingemmo la nave sovressa la sabbia,
ed anche noi sbarcammo, balzando sul lido del mare.
Poi, del Ciclope le greggi giú tratte dal legno alla terra,
le compartimmo, ché privo nessun9 restar ne dovesse.
Ma, nel dividerle, i cari compagni, a me sol, per onore,
diedero intero l’ariete; ed io su la spiaggia del mare
lo sgozzai, ne bruciai le cosce al figliuolo di Crono,
adunator di nembi, che a tutti comanda; ma il Nume
il sacrificio sdegnò: ché in mente volgea lo sterminio
delle mie navi tutte, di tutti i diletti compagni.
     Per tutto il giorno, dunque, sinché tramontato fu il sole,
noi banchettammo, cibando le carni ed il vino soave.
Poi, quando il sole s’immerse nel mare, e la tènebra giunse,
ci distendemmo a dormire sovressa la spiaggia del mare.
Come l’Aurora appari mattiniera ch’à dita di rose,