Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/252

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CANTO X 189

mossi, appoggiato alla lancia; ché reggerla sopra una spalla
con una mano, non era possibile: troppo era grossa.
E la gittai dinanzi la nave, e i compagni riscossi,
a tutti, uno per uno, volgendo soavi parole:
«Amici miei, per quanto si soffra, discendere all’Ade
noi non dovremo, prima che il giorno fatale sia giunto.
Su, finché nella nave rimangono cibi e bevande,
non trascuriamo il vitto, non diamoci vinti alla fame!»
     Dissi. Né furono quelli ritrosi a seguire i miei detti.
Via dalla testa i mantelli rimossi, sul lido del mare
meravigliaron del cervo: ché immane era proprio la fiera.
Quando poi d’ammirarlo fúr sazie le loro pupille,
terse dapprima le mani, ne fecero opimo banchetto.
E tutto il dí, sin che il Sole non fu tramontato nel mare,
quivi in gran copia cibammo le carni ed il vino soave.
Poi, quando il sole s’immerse nell’onde, e la tenebra giunse,
ci coricammo a dormire sovressa la spiaggia del mare.
Quando poi l’alba appari mattiniera, ch’à dita di rose,
tutti a concione i compagni raccolti, cosí favellai:
«Amici, qui non si sa da che parte sia l’alba e il tramonto,
né da che parte il Sole fulgente discende sotterra,
né da che parte sorge. Su via, consigliamoci presto,
se c’è da prender qualche partito, sebbene io non credo:
ché sopra un’alta asceso vedetta di rupi, ho veduto
l’isola; e il pelago tutto d’intorno la stringe e ghirlanda;
essa proclive è tutu; e proprio nel mezzo ho veduto
alto levarsi un fumo fra dense boscaglie e fra selve».
     Questo io lor dissi. E quelli spezzare s’intesero il cuore,
ché tutti ancor le gesta d’Antifate aveano presenti,
e del Ciclope feroce cannibale gli orridi scempi;