Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/251

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188 ODISSEA

Qui, su la spiaggia del mare spingemmo in silenzio la nave,
dentro un sicuro porto: ché un Dio sopraggiunse a guidarci:
qui, dalla nave usciti, due giorni giacemmo e due notti:
che ci rodeva il cuore stanchezza commista a cordoglio.
Quando la terza giornata, però, l’alba ricciola schiuse,
io, la zagaglia presa con me. preso il ferro affilato,
velocemente mossi dal legno, a scoprire d’intorno
se mai tracce vedessi di campi, se udissi una voce.
E sopra un’alta asceso vedetta di rupi, ivi stetti;
ed ampie strade scorsi di là, vidi un fumo levarsi
dalla dimora di Circe, tra dense boscaglie e tra selve.
Súbito ch’ebbi visto quel fumo con quelle faville,
prima l’idea mi venne d’andare, di chieder novelle;
ma, ripensandoci poi, mi parve che meglio sarebbe
ch’io prima andassi al legno veloce, e a la riva del mare,
cibassi i miei compagni, li mandassi a chieder novelle.
Or, quando giunto ero già vicino alla rapida nave,
solo coi tristi pensieri, di me compassione ebbe un Nume,
che su la stessa mia strada sospinse un cornigero cervo,
grande, che al fiume scendeva, dai paschi silvestri, per bere,
come l’aveva sospinto la furia cocente del Sole.
Proprio mentre egli usciva, nel mezzo del dorso, alla spina
io lo colpii: lo passò la zagaglia di bronzo fuor fuori.
Giú nella polvere cadde mugghiando, volò via lo spirto:
puntai sul corpo il piede, fuor trassi la picca di bronzo
dalla ferita, e a terra depostolo, qui lo lasciai.
Vimini poscia divelsi con flessili arbusti, e ad intreccio
composta ebbi una fune, ben bene ritorta ai due capi,
lunga tre braccia; e i piedi ne avvinsi alla fiera gigante;
e su la nuca in tal guisa portandola, al negro mio legno